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di Gianluca Perricone
Ottaviano Del Turco, l’Unità e le bottiglie di spumante
post pubblicato in Diario, il 30 gennaio 2012


Roba da stappare lo spumante: il Pd ha (forse) capito che quell’arresto del 14 luglio del 2008 costituiva un errore giuridico madornale. Certo, il partito di quella che fu la sede (via delle Botteghe Oscure) tanto ‘cara’ a Raul Gardini, ha impiegato tre anni e mezzo. Ma poi ha affidato a Roberto Rossi (l’Unità di sabato scorso) il compito di far sapere al mondo: «Del Turco, quattro anni ma mancano le prove».

E bravi, compagni-amici del Pd, ci siete arrivati. Eppure Ottaviano Del Turco – uno dei padri fondatori del partito – in quelle drammatiche giornate, fu scaricato ‘prima di subito’ dai vertici del Pd e fu dagli stessi quasi messo all’indice come ‘ex socialista’: ipocrisia pseudo-moralizzatrice di un partito capace di salire su un traballante pulpito esclusivamente per giudicare gli altri e, nel caso di Del Turco, riuscendo addirittura ad abbandonare a se stesso ed alle “sue” vicende un compagno (spiegare a Rosy Bindi il significato del termine, grazie…) e padre fondatore dello stesso partito. In termini più umili, un vero schifo.

Si stappino le bottiglie di spumante al tardivo arrivo e si leggano le righe del Rossi, il quale verga che l’accusa a Del Turco «ha chiuso la sua carriera politica e terremotato una Regione (l’utilizzo del termine ‘terremotato’ non è proprio di buon gusto,ndr) ma che dopo tre anni di indagini e sette mesi di processo è ancora tutta da dimostrare». Dove fossero, nel corso di questi tre anni e sette mesi, Rossi e tutti i giornalisti dell’Unità non è dato sapersi, come non è dato sapersi che fine avessero fatto i dirigenti del partito… ma andiamo avanti e, nel frattempo, stappiamo la prima bottiglia.

Rossi (o chi per lui) avrà pure impiegato appunto tre anni e sette mesi, ma poi con decisione scrive: «…del denaro non c’è segno. Non ci sono conti correnti, né in Italia né all’estero, non ci sono case, quadri, proprietà che non siano giustificati, non ci sono auto, investimenti, spese fuori posto. Nulla». Un’altra bottiglia è necessario aprirla!

Ma Roberto Rossi si supera e ricorda che è praticamente crollato quel castello accusatorio che portarono il procuratore Trifuoggi (quello del famoso ‘fuori onda’ con Gianfranco Fini sulle disavventure giudiziarie di Silvio Berlusconi) a sostenere in conferenza stampa che, contro l’ex governatore d’Abruzzo, la procura era in possesso di una “valanga di prove schiaccianti che non lasciano spazio a difese”. C’è arrivato anche il Pd, lo ha finalmente scritto anche l’Unità: parta un altro tappo!

E tra una bollicina di spumante e l’altra, ci viene in mente un vecchio detto: Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io. Occhio Presidente!

 

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Dubbio
post pubblicato in Diario, il 30 gennaio 2012


Eppure il dubbio resta perché mi chiedo come sia stato possibile che Bettino Craxi fosse stato uno dei pochi a “non poter non sapere”…. E il dubbio resta soprattutto di fronte al de cuius, a quel Raul Gardini (pace all’anima sua) che entra nel palazzo di via delle Botteghe Oscure recando con sé un bel po’ di moneta sonante e ne riesce essendone sprovvisto e, soprattutto, senza che nessuno non potesse non sapere.

Ancora. Il dubbio non si risolve neppure a ripensare alla successiva “candidatura sicura” di Antonio Di Pietro nel collegio senatoriale del Mugello, laddove un qualsiasi anziano militante del Pci di altri tempi si ostinava a chiedersi: «Ma questo chi è?». Eppure il regista dell’operazione (tal Massimo D’Alema) quella candidatura impose e quel senatore (rivelatosi nei tempi successivi un po’ ingrato) si ritrovò eletto.

E poi, l’altro giorno, esce anche il libro “Eutanasia di un potere” di Marco Damilano, autorevole firma dell’Espresso, che non ha di certo contribuito a scioglierlo quel dubbio. Soprattutto quando nel testo si legge tra l’altro che il proprietario della testata per la quale Damilano stesso scrive (e cioè l’ingegner Carlo De Benedetti) sostiene che, nell’inchiesta di Mani Pulite, l’allora Pci «certamente è stato protetto» e che «sia Borrelli che D’Ambrosio volevano distruggere un sistema di potere, non tutti i partiti». Insomma un’inchiesta, diciamo così, “un po’ politica ma non troppo”, tant’è che oggi anche lo stesso D’Ambrosio è parlamentare del Pd (del Di Pietro ne parlano tutti…).

Rimane comunque il dubbio di partenza, che è il seguente: ma Marco Travaglio avrà letto le dichiarazioni dell’Ingegnere?

 

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A servizio della patria (ma senza cittadinanza)
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2012


Colpa della burocrazia? Demerito di amministrazioni ancora (nell’era di Internet) incapaci di comunicare tra loro se non tramite scartoffie che spesso il cittadino è/era costretto a recapitare da un ente all’altro come un novello portalettere? Comunque sia, spesso a rimetterci è l’immagine di uno Stato (nel suo complesso inteso) abile spesso a creare situazioni aberranti.

Ne è un esempio quello descritto da Gian Antonio Stella nell’ultimo numero di Sette del Corriere della Sera e nel quale viene raccontata la storia del giovane marocchino Mohamed Jelloul il quale, nel 1994 e a 13 anni d’età, arriva in Italia per raggiungere il papà a sua volta immigrato in Sicilia. Racconta Stella che nel 1998 il ragazzo riceve la “cartolina” per il servizio di leva obbligatorio e l’anno successivo viene chiamato a servire la patria per un anno (appunto fino al 2000). Fin qui tutto bene, se non fosse che a tutt’oggi a Mohamed viene negata la cittadinanza italiana.

Su Sette la paradossale vicenda viene descritta nei particolari, ma le stramberie che ne scaturiscono sono fin troppo evidenti, perché verrebbe da chiedersi come si può chiamare alle armi un ‘non cittadino’. E, soprattutto, quando lo stesso ha dato un anno della propria esistenza ad uno Stato, come è possibile che lo stesso non gli riconosca il diritto-dovere di essere un proprio cittadino e, per di più, già militare quindi suo “servitore”?

E allora mi permetto di riproporre pedissequamente le medesime righe di apertura. Colpa della burocrazia? Demerito di amministrazioni ancora (nell’era di Internet) incapaci di comunicare tra loro se non tramite scartoffie che spesso il cittadino è/era costretto a recapitare da un ente all’altro come un novello portalettere? Comunque sia, spesso a rimetterci è l’immagine di uno Stato (nel suo complesso inteso) abile spesso a creare situazioni aberranti.

 

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«Giustizia a due velocità»
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2012


Allo stato attuale – senza voler entrare nei dettagli della vicenda giudiziaria – una bimba di sette anni è stata allontanata dalla mamma e, dallo scorso 14 dicembre per decisione del Tribunale per i Minorenni di Roma, è ospitata in una casa-famiglia. Papà e mamma, forse, non andavano d’accordo, ma prima di adottare un allontanamento coatto ce ne vuole. Eppure…

Ma anche in difficili vicende come questa, la nostrana giustizia non perde occasione per mettere in evidenza come sia necessario, anzi indispensabile (anche se Travaglio e simili continuino a pensarla diversamente), intervenire con una riforma che renda l’intero sistema giudiziario più funzionante e, talvolta, anche più credibile.
Perché, nel caso della piccola, in data 21 dicembre 2011 la mamma ha presentato un ricorso contro la decisione assunta dal Tribunale per i Minorenni della Capitale denunciandone nel contempo il presidente, la dottoressa Carmela Cavallo per abuso.

Ebbene, martedì scorso (e quindi dopo appena un mese e tre giorni) il dottor Giacomo Fumu,  Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, ha richiesto l’archiviazione della denuncia contro il presidente Cavallo. L’avvocato Giuseppe Lipera, difensore della mamma della piccola, parla esplicitamente di «giustizia che in Italia funziona a due velocità». E, intanto, la piccola può aspettare, lontano dalla mamma, che la giustizia (con la “g” in questo caso rigorosamente minuscola) decida del suo prossimo destino.

Non sappiamo l’età della dottoressa Cavallo: di certo quella bambina ha solo sette anni.

 

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Cazzo!
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2012


Scusatemi se torno sull'argomento, ma mi/vi chiedo: il sistema Vessel Traffic Services (Vts) funzionava la sera nella quale il comandate Schettino ha scambiato un transatlantico per un go-kart? Eppure il Vts è considerato il "grande occhio" della Guardia Costiera: era in funzione quel sistema in quella maledetta notte, cazzo?

Nel caso affermativo, c'era un qualunque essere umano, nella Capitaneria di Porto di Livorno (per intenderci quella del comandante De Falco), che ne sbirciava gli schermi, cazzo? Eppure, tramite il Vts, gli operatori dovrebbero essere in condizione di conoscere la rotta esatta di ogni nave…

Qualcuno si è forse accorto che una 'città galleggiante' era distante dalla costa appena un miglio anzichè i quattro-cinque previsti, cazzo? Dormivano tutti, imperavano le partite di un torneo di briscola o quello che viene definito "inchino" era cosa nota e tollerata dai nostrani guardiani del mare, cazzo?

E, ancora: qualcuno (meglio se alto graduato, anche 'eroe' va bene lo stesso...) ha forse rimproverato i distratti 'guardiani del mare', magari anche con un "controllate quegli schermi, cazzo"?

E tra tutti quelli - stampa, social network, blog e via di seguito - che marchiano Francesco Schettino come l’unico colpevole (di responsabilità, il comandante, ne dovrebbe avere comunque parecchie) del naufragio della Costa Concordia, c'è qualcuno che ha forse studiato così approfonditamente le carte nautiche tanto da poter sostenere che quello scoglio maledetto era segnalato come si doveva su quelle mappe?

Purtroppo, si insiste ancora nell'italico modus vivendi di scaricare sull'unico presunto colpevole responsabilità che, invece, dovranno essere decretate al termine di un giusto processo e non, approssimativamente, dalle prime reazioni emotive o dal 'sentito dire'. E su, signori, abbiate invece il coraggio di saper dimostrare di essere in grado di salire a bordo di quella imbarcazione che si chiama "onestà intellettuale", cazzo!

 

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Solo Schettino il responsabile?
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2012


Sono consapevole che la posizione del comandante della ‘Costa Concordia’ sia piuttosto indifendibile e ogni particolare che emerge all’indomani del naufragio dell’isola del Giglio lascia poco spazio a qualsivoglia tipo di giustificazione per il comportamento del comandante Francesco Schettino.

Del resto non sta a noi giudicare chicchessia basando le valutazioni da ciò che si è visto, si è letto, si è ascoltato. Sta solo alla magistratura stabilire colpe e pene da infliggere, anche con l’indagato ai domiciliari (e senza per questo gridare allo scandalo…).

Abbiamo invece la sensazione che anche in questo caso emerga il pessimo (italico) vizio di individuare un unico responsabile e scaricare su di lui tutto: colpe e responsabilità, rancori ed insulti in un devastante cocktail che annienterebbe anche il più robusto degli elefanti.

Allora sarebbe forse più onesto, nella tragedia, chiedersi come mai, ad esempio, il numero dei dispersi tenda a variare di giorno in giorno, come se non esistesse una “lista passeggeri” attendibile: che siano stati imbarcati, che so, lavoratori extracomunitari ‘a nero’ e, per questo, non “tracciati” in alcun modo nell’elenco dei passeggeri?

La compagnia ‘Costa Crociere’ (che, è bene rammentarlo ai soliti beoti anti-italiani, appartiene al gruppo Carnival Corporation con sede al 3655 N.W. 87th Avenue, Miami, Florida 33178-2428) ha scaricato poi quasi subito qualsiasi responsabilità su Schettino: qualcuno prima di me ha ricordato che nello stesso errore “incorse anche Thyssen Krupp in occasione del rogo di Torino: manca una vera e sincera assunzione di responsabilitá, che è dovuta a tutta la collettività”. Anche il sito di Repubblica ha pubblicato un precedente “inchino” della stessa nave (e sempre comandata da Schettino) all’isola di Procida il 30 agosto del 2010: in quell’occasione la compagnia mise addirittura on line un comunicato con il quale veniva elogiata l’iniziativa.

Se Francesco Schettino sia colpevole o meno, che meriti oppure no la galera, dovranno deciderlo solo i giudici: altri “processi” costituiscono solo gogna mediatica non degna di un Paese e di un popolo che si dichiarano civili. Quella stessa gogna mediatica che si “diletta” (essendo forse a corto di argomenti) a paragonare la nave di Schettino a quella di Berlusconi. Ecco, il Paese civile è davvero un’altra cosa.

 

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Carceri e paradossi
post pubblicato in Diario, il 16 gennaio 2012


Ho scritto più volte del paradosso di sapere, da una parte di carceri sovraffollati con detenuti ridotti a vivere ammassati come animali da macello, e dall’altra parte di istituti penitenziari costruiti e mai inaugurati e che attualmente stanno lentamente percorrendo la strada del degrado.

Nei giorni scorsi è stato reso noto l’VIII rapporto nazionale sulle condizioni delle carceri italiane realizzato dall’osservatorio dell’associazione Antigone che ha denunciato l’esistenza di ben 38 “carceri fantasma” sparsi sull’intero territorio nazionale; penitenziari che, dopo essere costruiti (e talvolta anche arredati e, paradossalmente, anche vigilati) sono rimasti inutilizzati o in stato di completo abbandono.

Lo scorso 19 dicembre scrivevo sull’apertura di nuovi istituti penitenziari, puntualizzando che di apertura’ è d’obbligo parlare e non di ‘costruzione ex novo’ «perché, anche da questo punto di vista, c’è chi bara in modo spudoratamente dilazionatorio, con l’unico intento di dare un abbozzo di soluzione al problema “quando la costruzione dei vari penitenziari” (e non prima) sarà completata: con i tempi che ben tutti conosciamo, la questione sarebbe destinata a rimanere irrisolta. E’ inutile negare (l’archivio di Striscia la notizia è colmo di servizi in merito) che sarebbe più facile e meno costoso mettere in funzione quei penitenziari che, dopo essere stati costruiti ed attrezzati, sono rimasti inutilizzati ed abbandonati a se stessi, ennesimi simboli di sperpero di finanze pubbliche!».

Del resto, i casi riportati nel rapporto di Antigone sono eclatanti. Solo alcuni esempi.

A Bovino (Foggia) c’è una struttura da 120 posti pronta, ma non è mai stata aperta. Sempre a Foggia, ad Accadia, un penitenziario è stato ultimato nel 1993 ma non è mai stato utilizzato.

Il carcere di Irsina (Matera) è costato 3,5 miliardi di lire negli anni Ottanta ma è stato in funzione soltanto un anno e oggi è un deposito del Comune.

In compenso il penitenziario di Codigoro (Ferrara) nel 2001, dopo lunghi lavori, sembrava pronto all’uso ma oggi è ancora chiuso, mentre a Revere (Mantova), dopo vent’anni dall’inizio dei lavori di costruzione, il carcere con capienza di 90 detenuti è ancora incompleto.

Nella sezione femminile del carcere di Agrigento, le sei detenute attualmente detenute si sentono un po’ spaesate ad occupare tutti e cento i posti che sono a disposizione nella struttura

Ed in Puglia, l’istituto penitenziario di Castelnuovo della Daunia (Foggia) è arredato da 15 anni e non è mai stato inaugurato. Invece nel carcere di Monopoli (Bari) non ci sono mai stati i detenuti, ma sono stati sfrattati degli occupanti abusivi che vivevano nelle celle in abbandono da 30 anni.

Nel frattempo, le celle dei 206 istituti in funzione sul territorio italiano scoppiano: al 30 settembre 2011 c’erano 21mila detenuti in eccesso rispetto ai posti disponibili.

 

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E’ meglio ‘chiudere baracca’
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2012


Continuando di questo passo, il terzino della squadra di calcio del Gubbio, Simone Farina, rischia di diventare Primo ministro in sostituzione di Mario Monti.

Tutti ad applaudirlo, ad elogiarlo, ad invitarlo: Farina è oramai diventato un vero e proprio eroe. Ed è proprio questo che, per certi versi, non si riesce a comprendere. Perché, se è vero come è vero che il terzino della compagine eugubina ha rifiutato una barca di soldi e non è entrato nel giro delle partite truccate denunciando il tutto, è altrettanto reale pensare che se uno diventa un ‘eroe’ soltanto perché si è comportato onestamente, vuol dire che proprio bene non siamo messi. Il presidente della Fifa, Joseph Blatter che l’altro giorno ha premiato il giocatore, ha sostenuto che «Farina difende l'onore del calcio. Ciò che ha fatto quest'uomo di 29 anni merita tutto il rispetto e tutta l'ammirazione. Farina rappresenta tutto ciò per cui lottiamo: uno sport limpido, giusto, onesto». Abbiamo, in primo luogo scoperto che Blatter si sta battendo per uno sport “limpido, giusto, onesto”: e questa è già una notizia.

Ma è notizia, purtroppo, anche quel “rispetto ed ammirazione” espressa nei confronti di chi si è semplicemente comportato da persona dabbene ed onesta, quasi che questo facesse notizia e che tutto il mondo che gira intorno al giocatore del Gubbio sia invece marcio e traboccante di lestofanti. Se la “mosca bianca” è considerato l’individuo onesto, allora è meglio ‘chiudere baracca’: e non solo metaforicamente.

«Di questo passo – scriveva l’altro giorno Massimo Gramellini - cominceremo a premiare il politico che non ruba, lo sportivo che non si dopa, l’impiegato che non si mette in mutua per andare a fare la spesa, il cassiere del bar che strimpella sinfonie di scontrini, l’automobilista che si arresta davanti alle strisce, il genitore che dà ragione all’insegnante invece che al pargolo, il banchiere che presta soldi a un giovane promettente invece che a un altro banchiere. «Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi», sosteneva Brecht. E non conosceva ancora Blatter».

 

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Deplorevole voglia di gogna
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2012


Non so come possano pensarla i lettori, ma quella foto di Calisto Tanzi, tra due guardie carcerarie e con ai polsi un paio di manette mentre viene condotto dal carcere all’aula della Corte di Appello a Bologna, a me proprio non è piaciuta. E ciò al di là di ogni responsabilità dell’ex patron della Parmalat.

Quella immagine è brutta (e per certi versi anche vergognosa) “a prescindere”. E’ brutta perché verrebbe spontaneo chiedersi: dove sarebbe potuto fuggire un ultrasettantenne ridotto in quello stato fisico?

E’ brutta perché quando viene decisa la traduzione del detenuto con i “bracciali” ai polsi, significa che lo stesso soggetto è, in qualche modo, ancora temuto.

E’ brutta poi perché l’esibizione come “preda catturata” di un detenuto con i ceppi dimostra un deplorevole voglia di gogna e non di giustizia.

Hai scritto l’altro giorno Emilio Buttaro sul Messaggero che le manette «sono un tic della burocrazia penitenziaria. Calpestano quella dignità che si deve riconoscere anche a più riprovevole dei rei. E’ un brutto spettacolo». Le immagini che poi ne scaturiscono sono, appunto, ancor più brutte.

 

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Siamo tutti europei
post pubblicato in Diario, il 9 gennaio 2012


Ma sì, diciamolo: siamo tutti europei! In verità ogni Stato della Comunità fa come vuole pur di difendere i propri interessi e di "comunitario" sembra esserci assai poco. Però dobbiamo essere tutti europei e allora diamoci da fare...
Quante volte abbiamo sentito dalle nostre parti frasi del tipo 'ce lo chiede la Comunità europea', oppure 'dobbiamo rispettare gli standard europei', o anche 'dobbiamo essere in linea con l'Europa'. Poi però ci sono temi che anche da noi fanno dimenticare, per qualche momento, di essere europei, di appartenere cioè a quella comunità della quale si dovrebbe tentare di rispettare i canoni. Ci si dimentica di essere europei, ad esempio, quando si confrontano i tempi della giustizia nostrana con quelli degli altri Paesi europei. E si fa finta di nulla se la Ue impone agli stati un massimo di due mesi nei rimborsi dovuti dalla Pubblica Amministrazione: secondo un'indagine della Cgia di Mestre, l'Asl Napoli 1 impiega in media 1676 giorni (praticamente cinque anni) per pagare i propri fornitori. Altro che rispetto degli standard europei!
C
ome mai, ci si chiede, il prezzo del carburante italiano non è 'in linea' con quello delle altre nazioni europee ed è il più caro di tutti?
E a quale nazione appartengono i deputati europei più pagati? Già, all'Italia.
Ed in quale Parlamento nazionale d’Europa siedono i senatori e deputati maggiormente pagati di tutto il continente? Esatto, in Italia.
Ma sì, diciamolo: comunque siamo (quasi sempre) tutti europei!




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